Regione Piemonte

Monastero Bormida

Ultima modifica 9 gennaio 2019

Monastero Bormida, 1000 anni di storia si rincorrono tra vicoli e carrugi all’ombra del castello-abbazia e del glorioso ponte romanico


Paesaggio

«Monastero - da Monesté - la singolare terra posta fra il Monferrato e le Langhe, che tiene il castello in basso ed il borgo in alto alla viceversa di tutte l'altre vicine: ma il castello a primo primis era un monastero, e la torre un campanile, e quel casone lassù lo chiamavan tuttora "il convento", e su per la Tatorba certe macerie tra i rovi sono gli avanzi - dicono - di un ritiro di donne e nel sangue della gente qualcosa n'è rimasto».

Ecco la terra di Augusto Monti, con tutti i luoghi, le case e i discendenti delle persone che animano le pagine dei suoi Sanssossì.

Monastero Bormida dalla grande piazza un po' metafisica con il suo arco unico in Piemonte a collegare la torre campanaria isolata al corpo del castello, Monastero dal ponte di pietra che ha resistito a otto secoli di alluvioni, Monastero di vicoli e carrugi oggi quasi disabitati e un tempo fulcro della vita commerciale di questo paese di mercanti e di artigiani che annovera ancora il più importante mercato settimanale della Langa Astigiana.

L'identità di fondo che lega e unisce gli abitanti è proprio l'appartenenza a quel castello dalle cento stanze, innumerevoli volte restaurato in oltre mille anni di storia, rattoppato e abbellito, rovinato a volte ma pur sempre salvato da danni peggiori, ancora oggi centro pulsante della vita pubblica, con gli uffici comunali, l'ambulatorio della guardia medica, la sede della Croce Rossa, il salone per le feste della Pro Loco.

Il castello-abbazia che rassicurò i contadini delle campagne e li spinse ad abbandonare la plebs di San Desiderio per costruire le loro case all'ombra della sua mole è la ragione stessa dell'esistenza del paese.

E poi la grande piazza, che del castello è stata il giardino e di cui costituisce ancora la naturale prosecuzione.

La piazza del mercato, il sagrato dove ci si ferma all’uscita di Messa, lo scenografico teatro in cui si svolge il rito laico del Polentone mentre nelle vie tutt'attorno si snoda una delle più imponenti rassegne di antichi mestieri del Piemonte; bisogna vivere questi momenti, questi spazi e questi luoghi per entrare in simbiosi con il paese, con la sua storia, con le sue millenarie tradizioni.

Monastero Bormida si estende su una superficie di 14,21 km² e conta una popolazione di circa 930 abitanti.

Dista 42 km da Asti, capoluogo provinciale.
_______________________

Storia

Monastero - il nome lo lascia intuire - fu fondato da un gruppo di monaci benedettini che, intorno al 1050 circa, vennero da San Benigno Canavese (abbazia di Fruttuaria) chiamati da Aleramo marchese del Monferrato per dissodare e seminare le terre devastate dalle invasioni di Saraceni.

Il castello attuale corrisponde appunto al sito dell'originario monastero, di cui restano soltanto la torre campanaria e pochi tratti murari, in particolare quelli prospicienti la piazza della torre.

Con tutta probabilità esisteva una precedente fondazione monastica longobarda, testimoniata dal culto di Santa Giulia (la cui devozione fu diffusa nell'Italia settentrionale proprio dai Longobardi) che ancora oggi è patrona del paese e a cui è dedicata la parrocchiale settecentesca, e da alcuni toponimi longobardi come Braia, che significa regione posta nelle vicinanze di un fiume.

I Saraceni, provenienti dalla loro base provenzale di Frassineto - presso Saint Tropez - scesero in Piemonte attraverso le Alpi e dopo aver distrutto il monastero di San Dalmazzo di Pedona - l'odierno Borgo San Dalmazzo - e quello di San Pietro di Ferrania, misero a ferro e fuoco il contado di Bubbio e giunsero fin sotto le mura di Acqui, dove furono sconfitti nel secolo IX. Nasceva così la divisione del Basso Piemonte in tre Marche (Aleramica, Arduinica, Obertenga), con a capo un Marchese. Monastero fu compreso nella Marca di Aleramo, i cui successori si trovarono a governare un ampio territorio completamente saccheggiato: tutta la valle Bormida è definita dai documenti dell'epoca come deserta loea o Marchesato del Vasto, cioè della terra devastata.

Fu allora che nacque l’idea di chiamare i monaci, affinché prendessero il posto delle vecchie mansiones romane, specie di grandi latifondi con una villa, cioè una casa colonica, e una cappella divenuta poi pieve perché vi si riuniva la plebe, il popolo. I monaci edificarono la torre campanaria, la chiesa (che sorgeva dove ora c'è l'arco di congiungi mento al castello), il monastero, il ponte.

Poi, nel 1393, dopo che l'abate Alberto dei Guttuari concesse ampi privilegi e immunità a tutta la popolazione, i Benedettini abbandonarono il paese e si stanziarono nel monastero di San Bartolomeo di Azzano d'Asti.Da questo momento inizia anche per il Monastero di Santa Giulia - così venne chiamato il paese fino al XVIlI secolo - la storia feudale, con l'investitura fatta dal papa Bonifacio IX ad Antonio e Galeotto Del Carretto, poi confermata e resa perpetua nel 1405 da papa Innocenzo VII.

I Del Carretto, così come i Della Rovere succeduti a partire dal 1484 per volere di Sisto IV e poi riconosciuti anche dalla casa di Monferrato nel 1589, si preoccuparono sempre di mantenere alla popolazione le immunità e i diritti che avevano acquisito in tempo antico, come confermano anche gli Statuti concessi dal duca Carlo Il Gonzaga di Mantova e Monferrato nel 1664, che ripropongono le leggi e i divieti di una più antica stesura medioevale, già confermata una volta nel 1596 dal Senato di Casale.

Nel 1620 il duca Ferdinando concedette il mercato due volte la settimana, usanza che verrà ribadita anche nel 1696, pur in un periodo di torbidi e di guerre, a conferma della vocazione commerciale del paese. Sempre nel XVII secolo si stanziò una comunità di Agostiniani, sostituita poi dai Cappuccini, che costruirono il convento di San Pietro extra muros, tuttotuttora visibile nelle sue strutture principali (chiostri, pianta) anche se la chiesa è stata sostituita da una abitazione.

Nei primi anni del secolo XVII, Carlo Emanuele di Savoia, con 8000 fanti e 10.000 cavalieri, recandosi a Cortemilia, assediata dagli Spagnoli, devastò il territorio di Monastero; ancora più rischioso fu il passaggio, pochi anni dopo, del duca Vittorio Amedeo, sempre in lotta con la Spagna.

A metà del XIX secolo il feudo fu concesso da casa Savoia ancora ai Della Rovere, mentre alla fine del secolo il castello fu acquistato dalla famiglia Polieri di Genova, che lo vendette poi al Comune.
_______________________

Amministrazione

Dal giugno 2018 il comune è amministrato dall’acquese Luigi Gallareto.
_______________________

Enogastronomia e prodotti tipici

Vittorio Emanuele II di Savoia amava venire a caccia da queste parti e fermarsi nelle cascine a pranzare con i contadini.

I piatti tipici sono tanti e non riguardano solamente Monastero, ma la maggior parte della Langa Astigiana.

La polenta, ad esempio, a prepararla non è cosi semplice come potrebbe sembrare.

Intanto occorre la farina giusta ottenuta dalla meria d'eut file (il granturco con file di otto chicchi), macinata sotto le grandi pietre del mulino di Cesare, el muliné ed Vesme (il mugnaio di Vesime).

Poi è necessario un capace caudrein d'aram (il paiolo di rame) con l'acqua da posare sul fuoco che crepita nella stufa di ghisa e per rimescolare serve un polentao de snerv (un bastone di legno di ginepro). La polenta cuoce piano piano, "parlottando" per più di un'ora e versata sulla polentoira (tagliere di legno).

Un’occasione per degustarla è duranta la Sagra del Polentonissimo, che si svolge la seconda domenica di marzo dal lontano 1573.

Un'altra pietanza tipica invernale della Langa è la puccia, un piatto unico sostanzioso che è stato riscoperto dalla Pro loco di Monastero. Si tratta in sostanza di una soffice polentina cotta in un brodo di verdure (cavoli e fagioli) insaporita da un soffritto di lardo e cipolla.

La puccia viene poi condita con burro e formaggio oppure lasciata raffreddare e abbrustolita sulla stufa e legna: una squisitezza!

Del prezioso suino, poi, nulla viene buttato: dalla carne e dal grasso, preziosi ingredienti di salumi cotti e crudi, al lardo - dalla cui fusione si ottengono lo strutto e i ciccioli - dalla coda bollita alle ossa e alle costine, ideali accompagnamento dei ceci bolliti.

Per non parlare, poi, della torta di sangue, dei batsoà (gli zampini imbevuti nell'acetoe fritti), della griva e delle frisse, preparazioni contadine a base di fegato e altre frattaglie, da consumare fritte e caldissime.

Nelle fredde serate invernali occorre ingegnarsi con quello che offre la dispensa e allora ecco spuntare salse e marmellate, conserve e bagnet di diversi tipi: rosso, verde e la micidale bagna d'l'infern, un sugo dal gusto piccante adatto ad essere degustato con un saporito bollito misto alla piemontese.

Il paniere enogastronomico di Monastero si completa con altri prodotti tipici della Langa Astigiana. La viticoltura ha i suoi punti di forza nella produzione di ottimi vini D.O.C.e D.O.C.G. come il Moscato d'Asti, il Brachetto d'Acqui, il Barbera d'Asti e del Monferrato, il Dolcetto d'Asti e d'Acqui. Completano il panorama enologico lo Chardonnay, il Cortese e il Freisa.

Il settore caseario annovera la Robiola di Roccaverano D.O.P., fiore all'occhiello della gastronomia di Monastero e della Langa Astigiana. In zona vi sono molti produttori-allevatori che seguono il disciplinare della Robiola e producono il Roccaverano "classico" con solo latte crudo di capra.

Le capre appartengono alla razza Roccaverano, splendida varietà autoctona salvata dall'estinzione grazie all'accorta politica di tutela della Unione Montana Langa Astigiana Val Bormida.

La Robiola di pura capra consumata fresca o stagionata, da sola o abbinata al miele e mostarda d'uva, è immancabile nei più famosi ristoranti e nelle più note gastronomie a livello nazionale.

Le piccole stalle di collina allevano capi bovini di razza piemontese e i migliori vengono ingrassati con cura per partecipare alla Fiera di San Desiderio, la terza domenica di luglio.

La diffusione dell'allevamento ovicaprino consente di immettere sul mercato del giovedì - soprattutto per Pasqua - una buona quantità di agnelli e capretti, dalle carni delicate e saporite grazie al latte aromatico dovuto all'alimentazione a base di erbe selvatiche.

Un'altra tradizionale forma di allevamento è quella degli animali da cortile: conigli, galline, faraone, tacchini e soprattutto capponi di pura e antica razza livornese. La macellazione del maiale è ancora un rito vissuto in quasi tute le cascine ed ecco allora la serie golosa di salumi e insaccati che puntualmente ritroviamo nella macelleria del paese: salame cotto e crudo, testa in cassetta, sanguinacci, frizze, grive, salsiccia, cacciatorini, pancetta e il lardo.

Numerosi noccioleti tengono alta la tradizione della Nocciola Piemonte I.G.P. Ideale complemento del cioccolato per la preparazione dei classici dolci piemontesi; non manca la produzione di miele nelle varietà acacia, castagno e millefiori.

Quanto al mais, sta rinascendo una per ora timida produzione dell'antico otto file, ideale per la cottura dei tradizionali polentoni che animano le feste dei paesi della zona. La farina di mais è ingrediente essenziale anche per la già nominata puccia.
_______________________

Da vedere

Il nucleo di Monastero Bormida è dominato dallo splendido castello d’impianto trecentesco (aperto su prenotazione e per la rassegna Castelli Aperti), che in origine era un monastero e la cui torre, visitabile, era il suo campanile.

Sulla piazza del castello troviamo la chiesa parrocchiale intitolata a Santa Giulia, edificata nel settecento con struttura neoclassica e decorazioni barocche

Gli edifici si collocano nella piazza inferiore del paese, alla quale si può accedere transitando per il meraviglioso ponte romanico sul Bormida: costruito dai monaci benedettini, è una delle più importanti opere d'ingegneria civile della Valle Bormida, capace di resistere a tutte le alluvioni che si sono succedute nel corso dei secoli, anche quella disastrosa del 1994 che ne ha minacciato seriamente la staticità.

Sulle rive del Bormida è ancora oggi visibile il macinatoio Polleri, mulino del paese, tra i più antichi della provincia di Asti e casa natale dello scrittore Augusto Monti.

In Regione Santa Libera troviamo l’omonima chiesa, punto di sosta e ristoro per i tanti escursionisti che decidono di conoscere le colline di Monastero percorrendole a piedi seguendo, ad esempio, il Sentiero di Santa Libera o quello delle Cinque Torri.

Da segnalare, infine, in Regione San Rocco una panchina gigante con lo schienale a forma di cuore, realizzata dall'artista Raffaella Goslino: è intitolata a Fabio Francone, dai più conosciuto come dj Francone, imprenditore con la passione per la musica, scomparso all'età di 45 anni in seguito ad un incidente stradale.
_______________________

Curiosità

Monastero Bormida è la terra natia del “professore” per antonomasia: Augusto Monti.

Nato nel 1881, due anni dopo, in seguito alla morte della madre e a causa delle precarie condizioni economiche, tutta la famiglia Monti si trasferisce a Torino, dove il padre aveva già vissuto in giovinezza.

Nel 1904, compiuti gli studi classici, Augusto Monti si laurea in lettere e dopo una breve esperienza nell’Istituto tecnico “Pacchiotti” di Giaveno, comincia ad insegnare nei ginnasi e nei licei di tutta Italia Bosa, Chieri, Reggio Calabria, Sondrio.

Profondamente impegnato nella battaglia per il rinnovamento della società italiana, incontra personaggi quali Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Giuseppe Lombardo Radice e collabora alle riviste più importanti dell'epoca (“La voce”, “Nuovi doveri”, “Unità”) scrivendo articoli di argomento didattico educativo.

Con la coerenza che fin dall'inizio ne contraddistingue la personalità, partecipa volontario alla Grande Guerra; fatto prigioniero dagli Austriaci, trascorre due anni nei campi di Mauthausen e di Theresienstadt.

Alla fine del conflitto, torna immediatamente in cattedra e nel gennaio del 1919 ottiene il trasferimento a Brescia.

Giunge infine a Torino nel 1924, professore di italiano e latino presso il liceo classico Massimo D'Azeglio, dove insegnano tra gli altri Umberto Cosmo e Zino Zini; qui, fino alla metà degli anni trenta diventa il maestro di una straordinaria generazione di allievi quali Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Einaudi, Leone Ginzburg, Salvatore Luna, Giancarlo Pajetta, Franco Antonicelli, Vittorio Foa, Tullio Pinelli.

In questo periodo stringe un'intensa amicizia con Piero Gobetti (“l'allievo che si fa maestro...”), che nel 1923 gli pubblica il primo libro, “Scuola classica e vita moderna”; nel frattempo, inizia a collaborare a “Rivoluzione liberale”, al “Corriere della sera” ed al “Baretti”, collaborazioni che cessano una dopo l'altro con l'avvento del fascismo.

Nel tempo libero che gli lascia la scuola scrive intanto il suo capolavoro, “La storia di papà”, saga familiare e dell’Italia Risorgimentale, che dopo una prima edizione uscita in tre parti dall'editore milanese Ceschina tra il 1928 e il 1935, sarà pubblicata da Einaudi nel 1947 con il titolo “Tradimento e fedeltà”, per diventare poi definitivamente quindici anni più tardi “I Sansossi” (Gli Spensierati).

Intanto, nel 1936, viene arrestato e condannato dal Tribunale Speciale a cinque anni di carcere; rifiutatosi di firmare la domanda di grazia che gli avrebbe valso l'immediata scarcerazione, trascorre tre anni nei penitenziari di Regina Coeli e Civitavecchia.

Nel 1939, in seguito all'amnistia generale, viene liberato e torna a Torino; qualche tempo dopo, però, è costretto a lasciare la città ed a rifugiarsi in campagna a causa delle perquisizioni intimidatorie cui viene sotto posto in più occasioni.

Nel secondo dopoguerra si dedica a tempo pieno all'attività di scrittore e opinionista, collaborando alle pagine torinesi del quotidiano “L'Unità”.

Pubblica ancora due romanzi, “Ragazza 1924” e “Vietato pentirsi”, e la sua autobiografia di professore, “I miei conti con la scuola”, che in forma di bilancio traccia il quadro di un secolo di scuola italiana.

Muore, ottantacinquenne, a Roma nel 1966.
_______________________

Scarica Municipium, l'app ufficiale della provincia di Asti e di oltre 60 Comuni dell'Astigiano
App Store | Play Store